| LA STORIA |
| 20/06/2008 - 08:47 | |
L'arte e l'architettura Noto per la sua chiesa monumentale ed annesso convento del X secolo dedicato a S. Pietro, ricca di testimonianze di pietre e statue lignee, di affreschi di varie epoche, vi si conservano una statua in terracotta di Madonna con Bambino e due angeli del XVII secolo e due statue di legno di fico del 1565; sul lato sinistro è murata una lastra di pietra del sarcofago di Aurelio Andronico, al lato destro della porta della sagrestia si trova un frammento di iscrizione in onore di Giulio Cesare.Nel 1967, nella piana, vengono eseguiti i primi scavi archeologici di una delle maggiori necropoli Picene datate dal XIV a III secolo A.C.. Fino ad oggi sono state scavate circa 600 tombe delle oltre 2.500 presunte, con recupero di vario materiale esposto nel museo archeologico di Campli e quello di Chieti. I reperti della “Necropoli di Campovalano” sono stati il pezzo forte della mostra sui Piceni svoltasi in Germania, a Teramo, ad Ascoli Piceno ed ora a Roma. In loco è possibile vedere, al momento, solo i resti della strada larga circa 4 metri che attraversano l'intera pianura nella direttrice nord-sud ai cui lati erano poste le tombe, questo in attesa della sistemazione di tutto il Parco Archeologico attualmente in fase di sistemazione con la costruzione di un tumulo multimediale ove sarà possibile ripercorrere le fasi degli scavi attraverso immagini tridimensionali e la sistemazione di tutta l'area con la conseguente realizzazione di uno stabile adibito alla reception, servizi e mostra. Storia antica futuro nuovo di Giammario Sgattoni Meraviglia anche noi che in una plaga in fondo così limitata quanto questa di Campovalano, tra le visioni del mare da una parte e la presenza incombente dei selvosi di oscuri dall'altra, Monte Foltrone e Montagna dei Fiori, si siano potuti addensare nei millenni tanta umanità e tanto umanesimo, eventi d'arte e di storia così originali e di una tale spiccata eloquenza. Certo, la salubrità del clima, la costa non lontana, la sicurezza delle alture e delle quaranta-cinquanta grotte di cui esse son costellate, la profluvie di sorgenti e di corsi d'acqua, la copia e la varietà di materiali per la prima industria umana, e poi ancora la pesca, la caccia, l'abbondanza di frutti selvatici e di piante èduli, oltre a certe misteriose gole, certi nascosti itinerari verso i paradisi dell'area tosco-umbra lungo i quali sarebbero di poi venuti – vox populi – anche Annibale e San Francesco, tutto ciò è sempre convenuto all'affanno quotidiano dell'uomo, che ha pure trovato sulle ripe, e sugli scrimoli alti dentro i greti, sicuro riparo, tranquilla sede, possibilità di lavoro e di igiene. Quasi sopra il cupo scrosciante kàkkeme del torrente Salinello ecco il Paleolitico ed il Neolitico delle Grotte di Sant'Angelo, dentro le quali sparì la capra che poi fu ritrovata sull'altro versante, a Sant'Angelo a Settentrione, nella Valle Castellana; sugli spalti di travertino e sulle colline di quest'acròcoro riaffiorano le tracce dei primissimi capannicoli; è stata anche rinvenuta, ad esempio presso Coccioli, qualche rara suggestiva reliquia della prima età dei metalli; poi la piana di Campovalano, allo sbocco tra le due montagne, diventa per mill'anni l'area sacra delle popolazioni sparse all'intorno, e nelle sue tre-quattromila fosse terragne, dentro i sublimi doppi-circoli di pietre che forse riecheggiano la prima casa dell'uomo, si depositano da tremila anni in qua le ricchezze e i corredi dei defunti del Bronzo e del Ferro, di Gallia e di Roma: punte di lancia e di giavellotto, elmi e schinieri, makàire cioè spade corte, elaborate originalissime ceramiche buccheroidi, fibule e cinturoni, calici dell'Attica a figure nere, resti di carri di parata e morsi equini, tripodi, lebeti, ciste, sicule, oinokòai venute dalla Jonia, armille, torques, ori ed avori, gioielli, oggetti per filare e per tessere, e tutt'un'altra congerie d'arnesi di uso quotidiano, come gli alari, e gli spiedi, fasci di spiedi, cinque, dieci, mezza pugnata, una pugnata, cioè la greca drakma , forse la prima vera moneta degli Italici. Non dimenticheremo mai quella sera fumosa dell'autunno 1964 quando Italo Cicconetti ci guidò nella casa del compianto Luigi Cellini e sotto il letto matrimoniale, avvolti in un lenzuolo, dissepolti alla prima aratura meccanica, scoprimmo, oltre ai frammenti della Kylix , la più bella brocca di bronzo ed altri reperti cospicui della tomba trovata per caso sul campo di San Pietro, dove nell'altro secolo era stato dissotterrato <il bacile d'oro> e chi l'aveva portato ad Ascoli s'era arricchito; né ci scorderemo dei contatti e della pazienza profusi con la Soprintendenza, con il Comune, con i Carabinieri, ed anche con i proprietari dei fondi e con lo scopritore, perché Valerio Cianfarani prima e Gianni Leopardi dopo, insieme a tutta una valida schiera di collaboratori e di epigoni, iniziassero nel 1967 quelle campagne che – tra mille patemi e cento difficoltà – hanno portato infine al museo, al parco archeologico e soprattutto ad una totale revisione della storia dell'Italia antica, come hanno ribadito i Bianchi Bandinelli e i Devoto, i Pallottino ed i Novak, i Moscati e tant'altri emeriti, dimostrando a josa che questi aborigenes , cioè questi <burini> degli storici di Roma imperialista, non furono da meno degli artisti e degli artigiani dell'Etruria meridionale e del reatino Poggio Sommavilla né inferiori ai bronzisti che placcarono d'efebi e d'altri sbalzi orientalizzati la biga vertebrese di Ischia di Castro e l'altra di Monteleone di Spoleto. Cosicché i romani ed Annibale, quando invasero il Piceno e questo agro nel III secolo, trovarono culture e colture tutt'altro che emarginate o arretrate, e non è affatto un caso che a Entrate si siano dissepolte di recente statue fittili ellenistiche; che nella chiesa di san Paolo siano restate la rarissima epigrafe d'una statua eretta al <divino> Giulio Cesare <pro Lege Rufrena> (Cesare passò di qui, <magnis itineribus>, dopo il Rubicone?: la bibliografia in proposito s'affolta) e la fronte d'un sarcofago tardoantico, istoriato e strigliato, che il pio <Aurelio Andronico negoziante di marmi di Nicomedia (!) fece fare per sé e per sua moglie Ebuzia Fortuna>; che nel borgo soprastante sopravvivano le contrade <Vita Eterna> e <Faraone> con le memorie di sepolcri romani e di insediamento longobardo; e che là, dietro le absidi del tempio monumentale, rifondato nel XII secolo dai monaci premostratensi del francese San Norberto, proprio vicino a una fonte copiosa e quasi sulla ripa d'un rivo etruschizzante, lu Mésejàne , abbiamo potuto riconoscere qualche hanno fa, fortunosamente riaffiorata e salvata, la bella abside pertinente al tempio del secolo VIII, due transenne ed un archetto di monofora del quale sono gelosamente custoditi dalla Soprintendenza a L'Aquila. Una continuità storica sbalorditiva torno torno alla piana, ed un <culto dei morti> imperituro, se a fianco del bel San Pietro, ed in mezzo ai sepolcri italici, è tutt'oggi aperto il cimitero di Campovalano. Anche cari amici archeologi ci hanno talvolta accusati, persino in pubblico, di fantasiosità, se non proprio fantasticheria, dimenticando che a noi ciò è per fortuna ancora consentito; eppure anche per Campli siamo sempre stati convinti che se scavassimo a fondo la platèa davanti all'ex cattedrale di Santa Maria ed al palazzo del Parlamento, potremmo forse arrivare alle capanne del Neolitico , e se ci convinceremmo che ad antiquo le genti e le tribù di questi luoghi hanno abitato sempre, più o meno, sopra gli stessi siti, Campli e Nocella e Castelnuovo, e poi Rojano e Battaglia, Campovalano e Garrufo e Guazzano, e Morge e Padula, e più lungi Galliano, Molviano e Paterno, Floriano e Lucignano, e Santa Maria a Montino, e Màsseri e Campiglio, i cui topònimi – e nn son questi soli – sbandierano epìtomi di storia. Dei miracoli architettonici ed artistici del glorioso trimonzio , librato e conteso tra Ascoli e Teramo, le due più popolose “interamna” insieme picene e spoletane fin quando non le divisero i regni del Sud e il Tronto, di quei “miracoli” medievali e rinascimentali, angioini e aragonesi e farnesiani, abbiamo scritto sia pure di passaggio altre volte, ed occorrerebbero volumi per rievocarne adeguatamente genesi e memoranbilia, anche se a Campli gli storiografi non sono mai mancati, dal Brunetti al Palma, dal Rozzi al Delpaggio ed a bravissimi giovani ricercatori d'oggi. Ma come non ricordare a Nocella, quella superba torre dei signori di Melatino con stemma ed iscrizione (1394), la cui cima adesso accessibile sventaglia le viste sui monti e sul mare, o l'artigianato purtroppo negletto dei fìguli Ciccocelli i cui avi riproducevano naturaliter forme di vasi antichissime e perpetuavano la mirabile coroplastica della finitima necropoli? Come non meditare sulle strutture primitive, almeno romaniche, di Santa Maria in Platea, e sulla fioritura in essa di leggiadri capolavori, dalla deliziosa Madonnina camplese su tavola al Crocifisso ligneo ed ai provati affreschi quattrocenteschi della cripta, dal dittico di Cola dell'Amatrice all'altare di Sebastiano da Como (1532), dalle accattivanti Madonne del Blasuccio e del Gagliardelli alla pala d'altare del ravennate Giovan Battista Ragazzini ed al soffitto ligneo dipinto da Donato di Tedoro? Come non dir qualcosa delle “storie” e “storielle” intorno alla torre campanaria, forse il primo dei quattro campanili aprutini – “i quattro campanili fratelli”, come li intitolò Norberto Rozzi – che sulla fine del Quattrocento furono illeggiadriti di trine fittili da maestr'Antonio di Lodi? E dovremmo pure indugiare sulle chiese perdute e su quelle or ora crollate, sul rosone di San Francesco trafugato e portato a Civitella dagli invasori Francesi, sulla messe di antichi edifici – Episcopio compreso – che ancora celano tesori del tutto inediti da recuperare ad ogni costo, su quel rutilante ciclo d'affreschi quattro-cinquecenteschi perduto nell'offesa del cenobio celestino di Sant'Onofrio al Fosso di Mezzo, sulla lunetta sulla Madonna e sul chiostro affrescato del convento di san Bernardino oltre fiume, sulla Scala Santa di san Paolo e sulle stanze terrene degli “Stalloni”, sui lacerti di mura trecentesche e sugli stemmi della Porta Angioina, sugli affreschi e sugli altari e sull'enigmatico fonte battesimale di san Giovanni a Castelnuovo.Solo pochi, pochissimi esempi, nelle emozioni della memoria. Del resto, non nasce dal nulla un orafo come Nicolaus de Camplo che lascia ad Ascoli, in san Pietro Martire, il gotico “reliquario della Santa Spina”, e della sua opera bisognerebbe finalmente saperne di più; né va trascurata una personalità come quella del pittore quattrocentista Giacomo da Campli, di cui per fortuna si annotano oggi l'interesse e gli studi dell'Università di Urbino e di don Giuseppe Crocetti; e si sarebbe dovuta da tempo riacquisire degna memoria della vita e delle opere del pittore secentista Giovan Battista Boncori, accademico di San Luca, che alla città natale ha lasciato soltanto una Presentazione di Maria al tempio , ma a Roma, a Napoli, a Firenze e altrove, in Italia e all'Estero, opere e capolavori ben più notevoli, e meno male che una studiosa anglo-fiorentina, Stella Rudolph, ne ha recentemente definita la formazione, l'attività e l'importanza. Si spiegano bene, così, le frequentazioni e i commerci per i quali Campli è andata famosa fin dal Medioevo, e che dall'Ottocento ha portato i suoi figli dappertutto nel mondo, fin nell'estremo Oriente, con l'intraprendenza, il sorriso, l'afflato umano di gente adusa a rapporti millenari. E chi è rimasto, pertinacemente legato alle case ed ai palazzi del centro, è convinto in profondo che le antichità, l'arte, la storia, l'artigianato, la gastronomia, che determinarono le glorie di Campli, potranno dare nuova linfa e nuovi interessi ad una città che è ancora, nonostante tutto, tra le più belle e più monumentali dell'Abruzzo. Campovalano: la piana La piana di Campovalano si estende per circa 3 chilometri quadrati ai piedi del versante orientale della Montagna dei Fiori tra le quote di 600 e 400 mt s.l.m. La piana è costituita da una potente serie alluvionale di sabbia, ciottoli e strati argillosi formatisi durante il Pleistocene medio-superiore, per il progressivo accumulo di alluvioni lasciate da un sistema di fossi, nella fase finale della penultima glaciazione. Successivamente gli stessi corsi d'acqua con bacino di alimentazione sulla Montagna dei Fiori tra cui il Fosso Grande-Fiumicino, hanno riinciso e terrazzato la piana di Campovalano con scarpate di oltre 50 mt di altezza. Campovalano: la piana e l'uomo La piana di Campovalano è costituita da depositi alluvionali (ciottoli, sabbie, argille) trasportati e sedimentati da più fossi in regime climatico periglaciale.In questa fase fredda (glaciazione Rissiana Auct.) l'ambiente arido che caratterizzava la pianura submontana costituiva ancora terreno di caccia per le bande dei paleolitici i cui strumenti in selce si rinvengono in posto o fluitati in particolari orizzonti e alla superficie delle alluvioni. Nel pleistocene medio-superiore (127.000 anni fa) la superficie delle alluvioni nella piana di Campovalano viene alterata durante una fase climatica calda (biostasia interglaciale) da un suolo moderno, ad una profondità variabile tra 0,75-1,50mt. si rinvengono i circoli e più in profondità le fosse della sepoltura protostoriche i cui piani di inumazione poggiano quali sempre sopra orizzonti a ciottoli. Le pietre usate nei circoli e nelle coperture dei tumuli delle tombe non sono comuni, per dimensioni, nelle alluvioni della piana bensì si rinvengono nell'alveo odierno, ed in particolare nel tratto montano dei fossi che intagliano la Montagna dei Fiori. Le comunità dell'età del bronzo trovarono nel fertile paleo-suolo bruno della piana di Campovalano e nella vicinanza delle risorse silvo-pastorali, un'ottima area per i loro insediamenti stabili. Successivamente nell'età del ferro mutano le esigenze economico sociali e si afferma l'importanza rituale e materiale della “città dei morti”. I nuovi modelli di insediamento e sociali determinano l'alienazione delle pratiche agricole in una delle più vaste e fertili pianure del territorio alto tramano. A sud e a nord della pianura di Campovalano si elevano alcune colline arenacee e lembi di terrazzi fluviali più antichi, e su queste alture, con probabilità, che avevano sede gli abitanti coevi della necropoli. |
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| Ultimo aggiornamento ( 02/07/2009 - 12:10 ) |
Noto per la sua chiesa monumentale ed annesso convento del X secolo dedicato a S. Pietro, ricca di testimonianze di pietre e statue lignee, di affreschi di varie epoche, vi si conservano una statua in terracotta di Madonna con Bambino e due angeli del XVII secolo e due statue di legno di fico del 1565; sul lato sinistro è murata una lastra di pietra del sarcofago di Aurelio Andronico, al lato destro della porta della sagrestia si trova un frammento di iscrizione in onore di Giulio Cesare.
Dei miracoli architettonici ed artistici del glorioso trimonzio , librato e conteso tra Ascoli e Teramo, le due più popolose “interamna” insieme picene e spoletane fin quando non le divisero i regni del Sud e il Tronto, di quei “miracoli” medievali e rinascimentali, angioini e aragonesi e farnesiani, abbiamo scritto sia pure di passaggio altre volte, ed occorrerebbero volumi per rievocarne adeguatamente genesi e memoranbilia, anche se a Campli gli storiografi non sono mai mancati, dal Brunetti al Palma, dal Rozzi al Delpaggio ed a bravissimi giovani ricercatori d'oggi. Ma come non ricordare a Nocella, quella superba torre dei signori di Melatino con stemma ed iscrizione (1394), la cui cima adesso accessibile sventaglia le viste sui monti e sul mare, o l'artigianato purtroppo negletto dei fìguli Ciccocelli i cui avi riproducevano naturaliter forme di vasi antichissime e perpetuavano la mirabile coroplastica della finitima necropoli? Come non meditare sulle strutture primitive, almeno romaniche, di Santa Maria in Platea, e sulla fioritura in essa di leggiadri capolavori, dalla deliziosa Madonnina camplese su tavola al Crocifisso ligneo ed ai provati affreschi quattrocenteschi della cripta, dal dittico di Cola dell'Amatrice all'altare di Sebastiano da Como (1532), dalle accattivanti Madonne del Blasuccio e del Gagliardelli alla pala d'altare del ravennate Giovan Battista Ragazzini ed al soffitto ligneo dipinto da Donato di Tedoro? Come non dir qualcosa delle “storie” e “storielle” intorno alla torre campanaria, forse il primo dei quattro campanili aprutini – “i quattro campanili fratelli”, come li intitolò Norberto Rozzi – che sulla fine del Quattrocento furono illeggiadriti di trine fittili da maestr'Antonio di Lodi? E dovremmo pure indugiare sulle chiese perdute e su quelle or ora crollate, sul rosone di San Francesco trafugato e portato a Civitella dagli invasori Francesi, sulla messe di antichi edifici – Episcopio compreso – che ancora celano tesori del tutto inediti da recuperare ad ogni costo, su quel rutilante ciclo d'affreschi quattro-cinquecenteschi perduto nell'offesa del cenobio celestino di Sant'Onofrio al Fosso di Mezzo, sulla lunetta sulla Madonna e sul chiostro affrescato del convento di san Bernardino oltre fiume, sulla Scala Santa di san Paolo e sulle stanze terrene degli “Stalloni”, sui lacerti di mura trecentesche e sugli stemmi della Porta Angioina, sugli affreschi e sugli altari e sull'enigmatico fonte battesimale di san Giovanni a Castelnuovo.
La piana di Campovalano è costituita da depositi alluvionali (ciottoli, sabbie, argille) trasportati e sedimentati da più fossi in regime climatico periglaciale.